22. 太 陽 天 .

GIAPPONE-fioritura-ciliegi-Hanami

C’era una volta una dolce signorina, con la pelle bianca e gli occhi a mandorla.
Viveva in un palazzo sulle rive di un fiume e dipingeva all’ombra di un ciliegio.
Un giorno passò di lì un giovane viaggiatore.
Lui la vide e se ne innamorò. Ma aveva troppa paura di rivolgerle la parola.
La signorina non si accorse della presenza del viaggiatore e il giovane continuò ad ammirarla da lontano.
Un giorno il vento portò via il dipinto della signorina, facendolo cadere ai piedi del giovane.
I due finalmente si incontrarono.
Gli occhi chiari del viaggiatore piacquero molto alla signorina, la quale si innamorò.
Da quel giorno si incontrarono abitualmente all’ombra del ciliegio.
Una notte d’estate confessarono finalmente il loro amore.
Non passò troppo tempo che la signorina iniziò ad aspettare un bambino.
Il severo padre appena capì l’accaduto rinchiuse la signorina nella stanza più remota del palazzo.
Il giovane non ebbe più sue notizie e preoccupato si fece coraggio e bussò alle porte del palazzo.
Appena il padre lo vide ordinò il suo assassinio.
Una freccia gli trafisse il petto.
Guardò in alto e vide per l’ultima volta il viso scioccato della signorina che faceva capolino da una piccola finestra.
Con la morte del giovane morì anche l’anima della signorina.
Per la disperazione, non ebbe le forze di sopravvivere al parto. Morì anche lei, dando alla luce una bambina.
Il padre appena vide il frutto dell’amore dei due giovani rabbrividì.
Una bimba dai capelli chiari come il sole e gli occhi come due mandorle cristalline.
Fu chiamata Taiyo Ten (太陽天).
Taiyo Ten fu cresciuta lontano dall’attenzione del paese e solo due persone sapevano della sua esistenza; il nonno e la badante.
Nella sua solitaria stanza Taiyo Ten dipingeva come la madre prima di lei.
Sognava un giorno di uscire dalle solite quattro mura e vedere cosa si celava oltre il fiume.
Una sera mentre contemplava la Luna dalla solita finestra, sentì dei rumori forti.
Spaventata, corse tra le braccia della badante preoccupata.
Urla, spari e oggetti che cadevano si sentivano da fuori.
La porta della sua stanza fu abbattuta e due soldati sporchi e macchiati di sangue entrarono.
Appena la videro si spaventarono per la sua particolare bellezza.
I due soldati uccisero la badante per poter rapire Taiyo Ten.
La scena fu troppo cruente per la povera giovane, la quale svenne in un sonno profondo, con le guance rigate dal pianto.
Si risvegliò in un luogo buio, sentiva i piedi e le mani legati.
Alzandosi con tutta la forza che le era rimasta in corpo, si diresse verso la piccola finestra che le fu riservata.
Vide in lontananza il palazzo in cui aveva vissuto che andava a fuoco e capì di trovarsi a bordo di una barca, navigante sul fiume.
Il tempo passò e nessuno venne a farle visita; l’unica cosa che entrava nella sua prigione era un piatto di cibo che la manteneva in vita.
Un giorno il silenzio a cui si era ormai abituata venne disturbato da rumori e voci a lei sconosciuti.
Appena guardò fuori dalla piccola finestra vide quella che sapeva riconoscere essere una città.
Nonostante la sua situazione tragica, sentì un brivido di euforia e speranza percorrerle la schiena.
Le porte della sua prigione furono finalmente aperte e davanti a lei si ergeva la figura di un nobile signore.
Oltreggiato e infastidito dalle condizioni in cui fu costretta Taiyo Ten a vivere, ordinò ai suoi servi di liberarla e trattarla come la sua rara bellezza ordinava di farlo.
Fu avvolta in una coperta e condotta ad una carrozza.
Prima di salire il suo sguardo viene rapito da un giovane misterioso, dalla pelle abbronzata ed una grande cicatrice sul volto.
Il giovane ricambia sorpreso lo sguardo e scompare.
Taiyo Ten viene condotta ad un palazzo più grande di quello in cui aveva vissuto antecedentemente e dopo esser stata trattata come conveniva ad una nobile come lei, le viene comunicato che il principe le ordina di presentarsi stasera alla cena in suo onore.
Non riesce a mandare giù un solo boccone.
Il principe, di fronte a lei, le sorride ma questo la fa solamente piangere.
Lui, a quel punto, non sorride più e le rivolge uno sguardo offeso e arrabbiato.
Taiyo Ten si accorge che il principe si era alzato e avvicinato a lei.
Alza lo sguardo e questo la picchia sul viso, facendola cadere.
Poi ritorna a sorridere e le ordina di sorridere anche a lei.
“Non ti ho rapita per comportarti in questo modo in mia presenza distorcendo tutta la tua bellezza!”, furono le sue scuse.
Taiyo Ten rimane sconvolta dalle sue parole e in silenzio, con tanta forza di spirito, rifila al principe il sorriso più falso del mondo.
Scoprire di esser stata rapita dal principe per il suo aspetto, dopo che costui aveva mandato una spia professionale per cercare la più bella donzella del regno per averla come concubina, finisce per traumatizzarla completamente.
Finita la disturbante cena, Taiyo Ten torna nella sua stanza.
Non riesce più a sopportare il dolore e inizia a distruggere tutta la stanza in cui è stata di nuovo rinchiusa.
Stanca di una vita da prigioniera decide di porre fine alle sue sofferenze tagliandosi la gola.
Viene fermata in tempo da uno sconosciuto incappucciato, prima che la lama potesse recidere in profondità la gola.
Si gira di colpo verso la figura incappucciata, tirandole di forza il cappuccio.
Lo sconosciuto era il giovane misterioso che aveva visto in città.
Curiosa gli chiede spiegazioni.
Lui non vuole dargliele, allora lei lo minaccia di uccidersi di nuovo, ficcandosi metà lama in bocca.
Il giovane le confida di essere lui la spia professionale di cui il principe le aveva parlato.
Però, ritrovandosi pentito delle cause scaturite dalle sue azioni, le promette di essere disposto a vegliare su di lei.
Taiyo Ten si sente completamente circondata da nemici e decide di usare il dispiacere della spia a suo favore, costringendolo a insegnarle l’arte della guerra.
Solo dopo averle insegnato tutto quello di cui ha bisogno per proteggersi da sola, lui potrà avere il suo perdono.
Così ogni notte Taiyo Ten viene addestrata dal giovane, mentre di giorno sopporta con incredibile forza di spirito i trattamenti prepotenti e sadici del principe.
Il tempo passa e lei finalmente è pronta.
Pronta per la vendetta e pronta per perdonare il giovane.
I due ora si sentono più uniti che mai e anche se non si allenano più, continuano a vedersi ogni notte, finendo così, lentamente, per innamorarsi.
Ma Taiyo Ten inizia a sentirsi male e capisce di essere incinta.
Appena il principe lo viene a sapere viene conquistato da una furia omicida indescrivibile, non avendo lui mai toccato in quei precisi modi il corpo della sua futura sposa, limitandosi infatti solamente a picchiarla.
Ma ormai Taiyo Ten conosceva l’arte della guerra e il principe non aveva più niente con cui sorprenderla.
Quella notte, mentre lui si accingeva a ucciderla nel sonno lei si protesse con un colpo sicuro, inflitto dalla stessa lama con cui in passato aveva intenzione di uccidersi.
Uccise il principe, sentendosi soddisfatta e liberata da un grandissimo peso.
Ma il principe aveva fratelli e amici fidati e lei sapeva che costoro si sarebbero vendicati, quindi si ritrova costretta a scappare.
L’alba inizia a sorgere e lei cammina tutta preoccupata tra le strade della città, per lei sconosciute.
Incontra finalmente una persona; un vecchio contadino che trasporta un sacco di patate sulle spalle.
Appena la vede, il contadino cade in ginocchia chiedendole di rispiarmiargli la vita, rivolgendosi a lei come se fosse un fantasma pauroso.
Taiyo Ten divertita da questa reazione, la usa a suo vantaggio.
Approfitta della paura del contadino per racimolare informazioni su dove poter trovare il suo amato.
La voce gira e finalmente le viene detto dove può trovare colui che cerca.
Sentendosi finalmente libera, corre verso la sua meta.
Sono finalmente insieme.
Ma il pericolo è alle porte.
La voce di una ragazza simile ad un fantasma ma bella come il mattino insieme alla notizia dell’assassinio del principe da parte sua, arriva pure alle orecchie dei fratelli e degli amici del principe, che cercano vendetta.
I due innamorati, sapendo di essere diventati dei ricercati decidono di lasciare al più presto la città, ma vengono catturati prima che questo accada.
Il giovane, per proteggere Taiyo Ten, si prende la colpa dell’assassinio del principe e viene giustiziato davanti ai suoi occhi.
Con il suo sacrificio, Taiyo Ten finalmente è libera.
Torna alla sua vecchia casa e ne costruisce una piccola vicino, all’ombra del ciliegio sotto il quale la madre dipingeva in tempi ormai dimenticati, dove d’ora in poi vivrà finalmente in pace e tranquillità, crescendo il figlio che porta in grembo con tutto l’amore che il suo compagno le ha insegnato a provare.

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21. La ragazza di stoffa.

Immagine
C’era una volta un grandissimo castello delle bambole senza cancello.
Aveva quattro grandi torri e cento stanze.
Le mura, le porte e i mobili erano di stoffa; decorazioni, colori, fantasie, bottoni, aghi, nastri, gomitoli regnavano incontrastati.
Nel castello abitavano cento bamboline, una diversa dall’altra.
Cucivano e giocavano. La loro allegria e il loro duro lavoro avevano reso il castello un posto bellissimo e coloratissimo.
Su ogni porta, di ogni stanza, era impresso un numero seguito dal nome della bambola proprietaria.
Matilde Mirtillo era la prima bambola, Rosella Trecciona la seconda, Susy Dolcecuore la terza…e così via.
Fino ad arrivare a Zae l’Incompleta, la centesima bambola.
Tutte le bambole cucivano e giocavano, Zae non sapeva cucire e non sapeva giocare.
Il suo vestito sembrava il fazzoletto usato di un vecchio signore ormai deceduto, i capelli erano fatti con lana sporca e non erano stati tagliati a mo di acconciatura, i bottoni al posto degli occhi erano di misure diverse, per giunta quello destro era scheggiato da un lato, la bocca non era stata cucita con cura e la stoffa usata per la sua pelle era ruvida e si strappava facilmente, portando Zae a ricucirla distrattamente là dove si rompeva. Le mura della sua stanza erano cucite con le stoffe che rimanevano dai lavori delle altre bambole, un caotico mosaico di toppe colorate dalle incongruenti forme geometriche.
Era la bambola brutta, la bambola senza talento, la bambola che non parlava e che faceva paura…
Ed era l’unica bambola triste e sconsolata.
Ma non era triste perché le altre bambole non la accettavano perché era diversa, non era triste perché le altre bambole non volevano avvicinarsi a lei, non era triste per i commenti che le bambole le facevano quando usciva dalla sua stanza per andare a raccogliere il resto delle stoffe e dei fili che loro si lasciavano dietro.
Zae non voleva la loro accettazione, non voleva la loro comprensione, non voleva la loro amicizia.
Lei era triste perché non poteva andare via dal castello.
Le bambole avevano finestre piccole, con imponenti tende colorate che coprivano il panorama, perché a nessuna interessava cosa ci fosse fuori dal castello, nessuna bambola era mai uscita fuori dal castello, mentre Zae aveva una grande finestra, senza tende.
La mattina vedeva il sorgere del sole, la sera il tramonto e la notte la luna luminosa.
Vedeva le nuvole, vedeva un grande bosco, vedeva gli uccelli volare, i fiori fiorire sotto il castello.
Zae voleva poter uscire dal castello, voleva vivere nel misterioso panorama che lo poneva davanti la sua grande finestra.
Lei non sapeva cucire e non le piaceva, lei non sapeva giocare e non le piaceva, a lei non piacevano le altre bambole, perché lei non si sentiva una bambola, a Zae piaceva soltanto il misterioso panorama.
Nel suo petto sentiva pulsare una forte energia, che le procurava dolore.
Più passava il tempo, più il suo petto pulsava, finché un giorno, il petto iniziò ad aprirsi piano piano.
Uno strano liquido rosso iniziò a fuoriuscire, facendole sempre più male, cercò di coprire il misterioso buco nel petto con altra stoffa..
Uscita di corsa dalla sua stanza si diresse dalle altre bambole, quest’ultime la vedevano che le guardava mentre loro cucivano e ridevano, lei interruppe il loro lavoro.
Tutte notarono la benda sul suo petto, di colore rosso, le sue mani di stoffa sporche del liquido ormai asciutto.
Poi la sentirono per la prima volta parlare, Zae chiese alle altre bambole se una cosa del genere fosse mai accaduta a una di loro.
Nessuno rispose, solo flebili commenti in sottofondo.
Zae corse nella sua stanza, la rabbia che provava le faceva pulsare il petto sempre più intensamente.
Guardò fuori dalla sua finestra, piangendo e battendo le piccole mani di stoffa sul muro.
Le altre bambole parlavano tra di loro e Matilde Mirtillo propose di allontanarla dal castello.
Era strana, le succedeva qualcosa di strano, avevano tutte paura e così… accettarono la proposta di Matilde Mirtillo.
Si stavano avviando verso la stanza di Zae per portarla fuori dal castello.
Dentro la sua stanza, Zae urlò dalla finestra il suo dolore.
Le sue mani di stoffa presero fuoco, lei vide la stoffa bruciare, diventare nera, sentiva il calore, ammirava la bellezza del fuoco e si lasciò sfuggire un sorriso mentre tutto il suo corpicino di stoffa prendeva fuoco.
Vide la altre bambole aprire la porta della sua stanza, vedeva le fiamme impadronirsi delle mura.
Vide Matilde Mirtillo prendere fuoco come lei, ma sembrava le stesse facendo male.
Poi una bambola dopo l’altra presero tutte fuoco, così come il loro castello.
Zae vedeva tutte urlare e correre disperate, come in preda ad un dolore inimmaginabile.
Solo lei non sentiva altro che dolce calore e piacere nel vedere bruciare tutta la stoffa, diventare calda e nera, per poi volare via nell’aria.
Se il castello scompariva, scomparivano tutti i suoi problemi.
Così, in mezzo ad un divampante incendio, la nostra piccola Zae salterellava contenta, mentre le sue compagne bambole si contorcevano dal dolore nelle fiamme.
Poi Zae cadde in un sonno profondo e tranquillo.
Si risvegliò con il dono della sfera sensoriale.
Sentiva la cenere calda sul suo corpo, l’odore della stoffa bruciata, l’aria nei polmoni, le immagini non furono mai così nitide e reali, il gusto della cenere sulle sue labbra non poteva mai immaginare che esistesse e i rumori che la foresta produceva, non furono mai così forti.
Guardò il suo corpo, lo sentì sotto le dita, era umana.
Niente più castello, niente più solo cucire o giocare, c’era tutto un mondo da scoprire e delle sensazioni da provare.
Guardò i novantanove scheletri neri delle altre bambole, che non erano morte da bambole, ma da esseri umani.
Si dispiacque veramente molto per loro.
Ma un uccellino nero si posò sulla sua spalla sporca, lei gli sorrise.
L’uccellino volò verso la foresta e lei lo seguì, correndo e sorridendo.
Ora il pulsare del suo petto non le faceva più male, perché il suo cuore, finalmente, iniziò a vivere.

 

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