21. La ragazza di stoffa.

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C’era una volta un grandissimo castello delle bambole senza cancello.
Aveva quattro grandi torri e cento stanze.
Le mura, le porte e i mobili erano di stoffa; decorazioni, colori, fantasie, bottoni, aghi, nastri, gomitoli regnavano incontrastati.
Nel castello abitavano cento bamboline, una diversa dall’altra.
Cucivano e giocavano. La loro allegria e il loro duro lavoro avevano reso il castello un posto bellissimo e coloratissimo.
Su ogni porta, di ogni stanza, era impresso un numero seguito dal nome della bambola proprietaria.
Matilde Mirtillo era la prima bambola, Rosella Trecciona la seconda, Susy Dolcecuore la terza…e così via.
Fino ad arrivare a Zae l’Incompleta, la centesima bambola.
Tutte le bambole cucivano e giocavano, Zae non sapeva cucire e non sapeva giocare.
Il suo vestito sembrava il fazzoletto usato di un vecchio signore ormai deceduto, i capelli erano fatti con lana sporca e non erano stati tagliati a mo di acconciatura, i bottoni al posto degli occhi erano di misure diverse, per giunta quello destro era scheggiato da un lato, la bocca non era stata cucita con cura e la stoffa usata per la sua pelle era ruvida e si strappava facilmente, portando Zae a ricucirla distrattamente là dove si rompeva. Le mura della sua stanza erano cucite con le stoffe che rimanevano dai lavori delle altre bambole, un caotico mosaico di toppe colorate dalle incongruenti forme geometriche.
Era la bambola brutta, la bambola senza talento, la bambola che non parlava e che faceva paura…
Ed era l’unica bambola triste e sconsolata.
Ma non era triste perché le altre bambole non la accettavano perché era diversa, non era triste perché le altre bambole non volevano avvicinarsi a lei, non era triste per i commenti che le bambole le facevano quando usciva dalla sua stanza per andare a raccogliere il resto delle stoffe e dei fili che loro si lasciavano dietro.
Zae non voleva la loro accettazione, non voleva la loro comprensione, non voleva la loro amicizia.
Lei era triste perché non poteva andare via dal castello.
Le bambole avevano finestre piccole, con imponenti tende colorate che coprivano il panorama, perché a nessuna interessava cosa ci fosse fuori dal castello, nessuna bambola era mai uscita fuori dal castello, mentre Zae aveva una grande finestra, senza tende.
La mattina vedeva il sorgere del sole, la sera il tramonto e la notte la luna luminosa.
Vedeva le nuvole, vedeva un grande bosco, vedeva gli uccelli volare, i fiori fiorire sotto il castello.
Zae voleva poter uscire dal castello, voleva vivere nel misterioso panorama che lo poneva davanti la sua grande finestra.
Lei non sapeva cucire e non le piaceva, lei non sapeva giocare e non le piaceva, a lei non piacevano le altre bambole, perché lei non si sentiva una bambola, a Zae piaceva soltanto il misterioso panorama.
Nel suo petto sentiva pulsare una forte energia, che le procurava dolore.
Più passava il tempo, più il suo petto pulsava, finché un giorno, il petto iniziò ad aprirsi piano piano.
Uno strano liquido rosso iniziò a fuoriuscire, facendole sempre più male, cercò di coprire il misterioso buco nel petto con altra stoffa..
Uscita di corsa dalla sua stanza si diresse dalle altre bambole, quest’ultime la vedevano che le guardava mentre loro cucivano e ridevano, lei interruppe il loro lavoro.
Tutte notarono la benda sul suo petto, di colore rosso, le sue mani di stoffa sporche del liquido ormai asciutto.
Poi la sentirono per la prima volta parlare, Zae chiese alle altre bambole se una cosa del genere fosse mai accaduta a una di loro.
Nessuno rispose, solo flebili commenti in sottofondo.
Zae corse nella sua stanza, la rabbia che provava le faceva pulsare il petto sempre più intensamente.
Guardò fuori dalla sua finestra, piangendo e battendo le piccole mani di stoffa sul muro.
Le altre bambole parlavano tra di loro e Matilde Mirtillo propose di allontanarla dal castello.
Era strana, le succedeva qualcosa di strano, avevano tutte paura e così… accettarono la proposta di Matilde Mirtillo.
Si stavano avviando verso la stanza di Zae per portarla fuori dal castello.
Dentro la sua stanza, Zae urlò dalla finestra il suo dolore.
Le sue mani di stoffa presero fuoco, lei vide la stoffa bruciare, diventare nera, sentiva il calore, ammirava la bellezza del fuoco e si lasciò sfuggire un sorriso mentre tutto il suo corpicino di stoffa prendeva fuoco.
Vide la altre bambole aprire la porta della sua stanza, vedeva le fiamme impadronirsi delle mura.
Vide Matilde Mirtillo prendere fuoco come lei, ma sembrava le stesse facendo male.
Poi una bambola dopo l’altra presero tutte fuoco, così come il loro castello.
Zae vedeva tutte urlare e correre disperate, come in preda ad un dolore inimmaginabile.
Solo lei non sentiva altro che dolce calore e piacere nel vedere bruciare tutta la stoffa, diventare calda e nera, per poi volare via nell’aria.
Se il castello scompariva, scomparivano tutti i suoi problemi.
Così, in mezzo ad un divampante incendio, la nostra piccola Zae salterellava contenta, mentre le sue compagne bambole si contorcevano dal dolore nelle fiamme.
Poi Zae cadde in un sonno profondo e tranquillo.
Si risvegliò con il dono della sfera sensoriale.
Sentiva la cenere calda sul suo corpo, l’odore della stoffa bruciata, l’aria nei polmoni, le immagini non furono mai così nitide e reali, il gusto della cenere sulle sue labbra non poteva mai immaginare che esistesse e i rumori che la foresta produceva, non furono mai così forti.
Guardò il suo corpo, lo sentì sotto le dita, era umana.
Niente più castello, niente più solo cucire o giocare, c’era tutto un mondo da scoprire e delle sensazioni da provare.
Guardò i novantanove scheletri neri delle altre bambole, che non erano morte da bambole, ma da esseri umani.
Si dispiacque veramente molto per loro.
Ma un uccellino nero si posò sulla sua spalla sporca, lei gli sorrise.
L’uccellino volò verso la foresta e lei lo seguì, correndo e sorridendo.
Ora il pulsare del suo petto non le faceva più male, perché il suo cuore, finalmente, iniziò a vivere.

 

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